Ogni ripartenza quando ci si trova di fronte all’imponderabile ha dietro un proprio motore. Un motivo forte che spinge ad alzarli e andare oltre. Quello che è stato dietro a Cremonafiere, colpita, a fine agosto, in maniera violenta da un nubifragio e da una tromba d’aria che solo per pura fortuna non ha esitato in vittime ma solo in una montagna di danni, è sicuramente Giancarlo Doardo, l’organizzatore di tutti gli eventi legati al mondo dell’agonismo western che da anni costituiscono una presenza molto importante per i palinsesti dell’impianto fieristico di Cremona. Che però, prima di ogni altra cosa, tiene a condividere il ‘miracolo’ con tante persone che hanno contribuito a rimettere tutto in piedi. Una squadra.
Ora che tutto è alle spalle, che ogni singola parte della fiera è stata ripristinata in tempi record e che lo svolgimento di tutte le attività non ha subito la minima incidenza dal disastro, abbiamo voluto farci raccontare, a mente fredda e direttamente da Doardo qual è stato il momento che ha vissuto. Come persona e come organizzatore.
Nella sua carriera di organizzatore di grandi eventi ne ha viste davvero di tutti i colori… Come si è sentito il 28 agosto 2026 quando ha visto cosa era successo a Cremonafiere?
«Nella mia carriera ho affrontato tante situazioni impreviste e ho imparato che, quando organizzi grandi eventi, devi essere pronto praticamente a tutto. Ma credo anche che non si finisca mai di essere sorpresi dalla vita. E quello che è successo il 28 agosto ne è stata la dimostrazione. Vedere in pochi minuti quello che avevamo costruito e organizzato in anni di lavoro così duramente colpito è stato un momento difficile da descrivere. La prima sensazione è stata di incredulità. Ti trovi davanti a qualcosa di più grande di te, che non puoi controllare, e per un attimo ti senti impotente. Ma il primo pensiero non è andato alle strutture, ai danni economici o agli eventi che avevamo in programma. È andato alle persone e ai cavalli che in quel momento si trovavano in Fiera. Quando ho avuto la certezza che, nonostante la violenza di quanto accaduto, non ci fossero state conseguenze gravi per loro, ho capito che avevamo già avuto una fortuna enorme. A quel punto bisognava soltanto rimboccarsi le maniche. Non sono una persona che si ferma a guardare quello che è successo. Preferisco pensare a quello che si può fare per andare avanti».

Lei era in Fiera al momento della tromba d’aria e del nubifragio? Come hanno reagito i soccorsi e le persone presenti?
«Ero da solo all’interno del Padiglione 2 e stavo lavorando. A un certo punto ho visto cambiare improvvisamente la luce all’esterno. Ho pensato che stesse arrivando un temporale e mi sono diretto verso i portoni, che erano spalancati, per andare a chiuderli. Ma nel tempo che ho impiegato ad attraversare il padiglione è successo qualcosa di incredibile. Ha cominciato a piovere violentemente di traverso dentro il padiglione, mi arrivavano addosso vere e proprie palline di ghiaccio e, contemporaneamente, i lucernari sul soffitto hanno iniziato a esplodere, uno dopo l’altro. È stato tutto talmente rapido e violento che non riuscivo neppure a capire cosa stesse succedendo. Mi sono riparato vicino a una colonna e sono rimasto lì, aspettando che finisse. In quei momenti non potevo fare altro. Quando finalmente tutto si è calmato, ho cercato di uscire, ma non riuscivo nemmeno ad aprire le porte. A terra c’era quasi mezzo metro di ghiaccio, acqua dappertutto. Una scena surreale. Poi, piano piano, sono riuscito a uscire e ho cominciato a guardarmi intorno. È stato soltanto allora che mi sono reso conto della portata di quello che era successo. Ovunque guardassi c’erano danni, strutture distrutte, una situazione che fino a pochi minuti prima sarebbe stata impossibile anche soltanto immaginare. Credo che la cosa che mi abbia colpito di più sia stata proprio questa: rendermi conto di come, in una manciata di minuti, tutto possa cambiare. E subito dopo è arrivato il pensiero per le persone e i cavalli presenti in Fiera. In quel momento sapere che stavano bene era l’unica cosa che contasse davvero».
Ha mai avuto il timore che il calendario delle manifestazioni a Cremonafiere fosse compromesso?
«Sarei poco sincero se dicessi che non mi sono posto il problema. Davanti a tre padiglioni su quattro gravemente danneggiati, con un calendario così importante alle porte, era inevitabile chiedersi se saremmo riusciti a rispettare tutti gli impegni. Ma una cosa è avere un timore, un’altra è lasciarsi condizionare. E io non volevo partire dall’idea che fosse impossibile. Avevamo una responsabilità enorme nei confronti di cavalieri, allevatori, espositori, aziende e di tutte le persone che da mesi stavano lavorando per quegli appuntamenti. Dietro una manifestazione non ci sono soltanto delle date su un calendario: ci sono investimenti, sacrifici, aspettative e il lavoro di tante famiglie. Ci siamo dati un obiettivo che, a guardarlo in quel momento, poteva sembrare quasi folle: un mese per ricostruire e tornare operativi. Abbiamo dovuto rivedere programmi, adattare spazi e prendere decisioni rapidamente, ma non abbiamo mai perso di vista il risultato. Quando oggi ripenso a quelle settimane, credo che la soddisfazione più grande non sia soltanto essere riusciti a rispettare una scadenza. È aver dimostrato che anche di fronte a una situazione apparentemente impossibile si può trovare una strada, se si ha la determinazione di cercarla».
Che risposta ha raccolto dall’ente Fiera all’indomani del disastro?
«La risposta è stata immediata e concreta. E credo che questo abbia fatto la differenza. Non c’è stato il tempo per soffermarsi su quello che non si poteva fare. Ci siamo concentrati tutti su quello che era necessario fare, e su come riuscirci nel minor tempo possibile. Ho trovato negli amministratori, nella direzione e in tutto lo staff di Cremonafiere una grande disponibilità e una reale volontà di affrontare insieme una situazione straordinaria. Lo stesso vale per le imprese che hanno lavorato alla ricostruzione, con un impegno che è andato ben oltre la normale attività professionale. In un mese abbiamo visto lavorare contemporaneamente circa quindici aziende, coordinando interventi complessi con tempi che normalmente sarebbero stati impensabili. Ma quello che mi porto dentro non sono tanto i numeri o le giornate interminabili. Sono le persone. Quelle che hanno risposto al telefono senza guardare l’orologio, quelle che si sono messe a disposizione, quelle che hanno trovato soluzioni dove sembravano esserci soltanto problemi. Ho sempre pensato che i risultati importanti non si raggiungano mai da soli. Questa esperienza me lo ha confermato in un modo che difficilmente dimenticherò. E se oggi qualcuno parla di un piccolo miracolo, io penso che i miracoli abbiano sempre nomi e cognomi. Quelli di tutte le persone che hanno contribuito a rendere possibile questa ripartenza».

Qual è l’insegnamento che ha dovuto “portarsi a casa” da questa esperienza?
«Con gli anni ho maturato una convinzione sempre più forte: tutto quello che fai e tutto quello che ti capita nella vita ha un senso. Nel bene e nel male. Anche quando, sul momento, quel senso non riesci a comprenderlo. Ci sono esperienze che non vorresti vivere, difficoltà che ti mettono alla prova e situazioni che sembrano ingiuste. Ma credo che ogni cosa, in qualche modo, lasci qualcosa e che prima o poi tutto trovi il proprio posto. Il 28 agosto mi ha ricordato quanto possa essere fragile ciò che costruiamo, ma anche quanto possano essere forti i legami tra le persone.In questi anni ho incontrato tante persone, costruito rapporti, affrontato sfide, fatto scelte giuste e probabilmente anche qualche errore. E in quel mese mi sono reso conto che nulla di tutto questo era stato inutile. Perché quando mi sono trovato ad affrontare una delle situazioni più difficili della mia carriera, attorno a me c’erano persone pronte a dare una mano, a esserci davvero.Ecco, forse è proprio questo l’insegnamento più grande: quello che semini nella vita, prima o poi, ti ritorna. Non necessariamente quando te lo aspetti, e non sempre nella forma che immagini.Ma sono convinto che, nel bene e nel male, tutto abbia un senso. E che, alla fine, tutto torni».






















